Pon 2014-2020

PON 2014-2020

La scuola polo in Ospedale: i progetti PON FESR

[...]Uno studio di caso: fare scuola tra l’Ospedale Pediatrico Meyer e la classe

Oltre all’analisi dei progetti delle scuole polo, il nostro lavoro di ricerca intende coinvolgere i soggetti che, a diverso titolo, ruotano intorno all’allievo ospedalizzato e/o in terapia domiciliare. Qui riportiamo le prime risultanze di uno studio di caso, realizzato attraverso interviste alle docenti che operano presso l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze e al personale scolastico coinvolto in un caso di istruzione ospedaliera (presso lo stesso Meyer) e successiva istruzione domiciliare, nell’Istituto Comprensivo Margherita Hack di Montemurlo (PO).

Percorsi scolastici in ospedale e istruzione domiciliare non sono realtà tra loro distanti, anzi, sempre più spesso sono fasi di un percorso, non necessariamente unidirezionale; con i protocolli recenti che vedono una spinta verso la deospedalizzazione, spesso gli alunni in istruzione domiciliare sono stati anche iscritti ad una scuola in ospedale, e possono esserlo in futuro: tra docenti ospedalieri e docenti dell’istituto di provenienza dovrebbe quindi crearsi un rapporto e un dialogo fondamentali per la buona riuscita del percorso didattico dell’allievo. Ma gli insegnanti non sono gli unici attori in gioco: nel percorso formativo e terapeutico dell’alunno giocano un ruolo importante anche i genitori, i medici, i compagni di classe, in un quadro complesso in cui sono fondamentali le definizioni di ruolo e l’accettazione degli stessi (Carenzio, Rivoltella, 2016; Benigno, Fante, Caruso, 2017). Alcuni aspetti sono legati al particolare stato psicofisico degli allievi, alla gestione delle emozioni legate al trovarsi di fronte alla malattia, al dolore e alla reazioni che questa provoca nei bambini /ragazzi e nelle loro famiglie. 

Non secondari sono gli aspetti di tipo organizzativo, legati in primis alla situazione stessa della scuola in ospedale o a domicilio: orari e spazi diversi, alunni che variano quotidianamente e la cui partecipazione alle lezioni è fortemente condizionata dal loro stato di salute, necessità di lezioni frontali. A tali problemi che di fatto caratterizzano queste scuole speciali, se ne aggiungono altri, legati al raccordo con le scuole di provenienza, elemento fondamentale per la riuscita del percorso dei piccoli pazienti. Partendo dalla considerazione che la scuola è parte della struttura culturale e del tessuto sociale, parlare di alunni ospedalizzati o in terapia domiciliare significa mettersi nell’ottica di garantire ai bambini in una situazione di temporaneo svantaggio, il diritto ad essere parte di una comunità. Per far sì che questo accada serve un lavoro coordinato e la collaborazione di tanti attori in gioco: la posta in gioco è altissima: il rischio è che ”questi bambini rimangano sempre dei fantasmini: spariscono non sa più che fine abbiano fatto” (maestra Lucia, docente della sezione primaria presso l’Ospedale Pediatrico Meyer).

Per realizzare questo obiettivo, oltre ad occuparsi dei bambini direttamente coinvolti, serve necessariamente anche un lavoro sulla classe di appartenenza (insegnanti e alunni) sul suo gruppo di pari e universo di riferimento, sui genitori. “Talvolta c'è una grossissima resistenza davanti alla malattia, dettata dalla paura. La paura che [la malattia] scatena è trasversale a tutte le fasce di età” (maestra Lucia). Per lo sviluppo (buona riuscita) dei fattori educativi fondamentali (Leho, 2016) risulta determinante il ruolo e il sostegno dei compagni di classe: non solo nel fattore relazionale, ma anche nella costruzione di senso, nell’assunzione di ruoli. Per questo tra le Raccomandazioni per il settore educativo, nel progetto LeHo è ben chiara la necessità di coinvolgere ed informare i compagni di classe perché siano pronti ad accogliere e supportare il compagno.

L’esperienza del nostro studio di caso presso l’IC Margherita Hack conferma queste risultanze: [I compagni di classe] all'inizio erano molto colpiti, più che altro erano colpiti dalla malattia perché era comunque grave e c'era stato un caso di una alunna che aveva subito un lutto per una malattia simile, quindi a settembre erano molto preoccupati; poi quando hanno iniziato a vederlo hanno reagito bene per cui la classe in realtà è stata tranquilla dal momento in cui si sono iniziate le lezioni in videoconferenza e che di giorno in giorno vedevano i cambiamenti [...] come migliorava il bambino, migliorava l'umore. C'è stata quindi una grossa empatia, ma già dall'estate avevano fatto il gruppo su what’s app si sentivano e quando tornava quelle poche volte a casa c'era chi andava a casa a trovarlo. Dopo 55 giorni in ospedale c’era tutta la classe fuori ad accoglierlo con gli striscioni.

Il ruolo del gruppo classe è stato fondamentale per il bambino: per il bambino è stato proprio un toccasana perché lui si è comunque sentito veramente a scuola e per superare la malattia anche nei primi momenti più critici: a lui è servito per sentirsi parte di un gruppo.[...]

Tratto da La scuola polo in Ospedale: i progetti PON FESR Daniela Bagattini, Samuele Calzone INDIRE 

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